Molto partecipata la conviviale di martedì 24 settembre, dedicata al tema L’universo mafioso al femminile. Alla presenza di numerosi soci e autorità, quali il sindaco di Asti Maurizio Rasero e il questore Alessandra Faranda Cordella e – tra le autorità rotariane – Giuseppe Artuffo, già Governatore del Distretto 2032, il socio Antonio Borgia, Generale di Brigata (Riserva) della Guardia di Finanza, che già in primavera aveva tenuto ai soci un’interessante relazione sul tema "Mafia: nascita e sviluppo, ha illustrato con un ricco corredo di slides un aspetto per lungo tempo ritenuto marginale nel mondo mafioso, ovvero il ruolo della donna.

Borgia ha esordito spiegando che il mondo mafioso, fondato sul concetto dell’onore, è solo in apparenza un universo maschile; in realtà in  esso la donna – priva di identità autonoma, riconosciuta  esclusivamente come madre, moglie e figlia – ha una peculiare importanza: la scelta della donna ‘giusta’ da sposare condiziona le possibilità di carriera di un mafioso; nei rapporti di coppia l’adulterio è tassativamente vietato per la donna, ma anche l’uomo è tenuto a rispettare le regole che lo contraddistinguono come uomo d’onore. E una figlia educata al rispetto del codice culturale mafioso entra a pieno titolo nel gioco delle alleanze matrimoniali.

Ma la funzione fondamentale riconosciuta alla donna è quella di madre, ed è in questo ruolo che esercita un effettivo e determinante contropotere: a lei  è totalmente demandata l’educazione dei figli, che deve crescere secondo i valori riconosciuti e accettati dalla cultura mafiosa. ‘La cultura mafiosa si trasmette con il sangue – ha sottolineato Borgia – perché viene trasmessa dalla madre, che è ala sola responsabile del perpetuarsi nei figli dell’universo cui il padre appartiene’. Al di fuori di questi due ruoli – moglie e madre – alla donna non viene riconosciuto alcun valore, ma le vengono imposti  atteggiamenti, abbigliamento, codici di comportamento: perché la donna è garante della reputazione maschile.

Rimaste per lungo tempo dietro le quinte proprio perché relegate in questi ruoli ristretti, presenze silenziose ma stabili al fianco dei congiunti - e pertanto a conoscenza di ogni decisione e di ogni segreto - le donne di mafia hanno cominciato ad uscire allo scoperto a partire dagli anni ’90, quando per le guerre tra le cosche da un lato e per l’intensa attività repressiva dello Stato dall’altro hanno cominciato a svolgere ruoli attivi, anche se di natura delegata e temporanea, in sostituzione dei loro uomini, ammazzati o incarcerati. E a questo punto anche l’autorità inquirente ha cominciato a prendere coscienza dell’esistenza dell’altra metà dell’universo mafioso e a condannarne le protagoniste.

Nella seconda parte della relazione Borgia ha preso in esame storie specifiche di donne di mafia: sia quelle presenti al fianco dei maggiori esponenti dei vari clan, da Ninetta Bagarella, moglie e poi vedova del boss mafioso Salvatore Riina, nonché sorella minore di Calogero e Leoluca Bagarella, a  Saveria Palazzolo, moglie di Bernardo Provenzano, a Maria Filippa Messina che nel luglio del 1997, prima donna in Italia, fu sottoposta al regime del carcere duro e successivamente al 41bis.

Borgia ha dedicato la parte conclusiva della sua esposizione alle donne vittime di mafia, tra le quali spicca  Rita Atria, testimone di giustizia italiana, che si uccise a 17 anni una settimana dopo la strage di via D'Amelio perché con la morte di Paolo Borsellino, che l’aveva convinta a collaborare con gli inquirenti, aveva perduto il punto di riferimento della sua nuova vita. O Emanuela Setti Carraro, moglie del generale Dalla Chiesa, uccisa insieme al marito; stesso destino condiviso da Francesca Morvillo, moglie di Giovanni Falcone. O ancora Emanuela Loi, l’agente di scorta di Paolo Borsellino, morta assieme al giudice e ad altri 4 agenti. Per finire con Rita Borsellino, impegnata attivamente nel diffondere una cultura di giustizia e solidarietà.

Una relazione di ampio respiro, frutto di una ricerca approfondita, ma sostanziata da personali esperienze del relatore, che proprio a Palermo ha diretto, fra l’altro, l’attività antimafia della Guardia di Finanza negli anni 1994-1996.